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Mascherine per il Mali

Strade sterrate, casupole fatiscenti addossate l’una all’altra, bambini scalzi con in bocca dita, stoffe, oggetti e polvere. Povertà.

 

Quella povertà che l’intelletto si rifiuta persino di accettare, perché non è possibile che un bambino sia sbucato da una cassetta della frutta con indosso solo una maglietta e sia poi scomparso nella baracca vicino al semaforo della strada principale del quartiere di Daoudabougou, che porta nel centro di Bamako.

Non può essere. Pensi ai nostri bambini e fatichi a deglutire, ma non per la polvere.

Sei nella periferia cariata di una capitale d’Africa: poche ciance, il taxi prosegue. Povertà, polvere e smog: una coltre soffocante che nelle giornate di bonaccia copre tutto come un velo impalpabile, che lascia traccia solo sulle salviettine che ti passi sul viso, mentre nelle giornate di aria mobile occhi, naso e gola seccano senza speranza di frescura. Tutto ciò è normale, lì.

 

Ma non ora, che non siamo in tempi di normalità, ora siamo nel tempo del Covid 19, di pandemia. Ora è peggio. Non c’è possibilità di salvezza per questa gente, per questi bambini, che seppur anche loro poco soggetti, sono lì untori strepitosi di un male incurabile e feroce. Pare certo, ormai, che il Covid 19 si rafforzi nei particolati dell’aria inquinata dove vivono i suoi disgraziati ospiti (studio Sima, 24 aprile 2020). Una condanna senza appello in una città fortemente inquinata, anche grazie a discariche come quella di Faladiè.

 

Eppure, eppure ci sono luoghi di incredibile speranza, anche in quartieri come Daoudabougou, dove (r)esiste l’orfanotrofio di Jigiya Bon.

Alte mura proteggono un’oasi di pace e serenità dove circa 60 ragazze e bambine hanno trovato rifugio da abbandoni, abusi, matrimoni precoci, povertà, andando a scuola o lavorando nella sartoria interna.

Non per niente nella locale lingua bambarà Jigiya Bon significa Casa della Speranza.

E la speranza ora sono le sapienti mani svelte delle ragazze, che si sono messe a cucire mascherine per gli abitanti del loro quartiere.

 

Hanno preso la stoffa dei loro magazzini, quella usata per realizzare abiti da vendere ai mercati, ma anche borse, borsette e portafogli per noi, con cui poter finanziare altri progetti di studio per le più piccole, oltre che a garantire la sussistenza della struttura.

Le ragazze di Jigiya Bon si stanno privando di una importante fonte di reddito per sostenere la comunità di cui fanno parte, perché è chiaro anche laggiù: nessuno si salva da solo.

Così presto ci saranno centinaia di mascherine da distribuire per le strade, spiegando cosa sta succedendo, con la speranza che riescano a produrne in numero sufficiente anche per la vicina comunità di Nemaso, a circa 60 km a nord est di Bamako, lungo il Niger.

Ma questa sarà un’altra storia. Di Speranza.

 


di Marianna Di Padova

 

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