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Africa e management 3

Proprietà e confini ovvero worklife balance. Terza puntata di questo viaggio africano, mi permetto qualche riflessione un po’ più personale.

Lo spunto mi arriva da un’esigenza molto concreta. Nel progetto che stiamo scrivendo dobbiamo valorizzare i terreni su cui pensiamo di intervenire. Cosa normale nel nostro contesto, dove un catasto certifica le proprietà e assegna i valori. Cosa molto più difficile in Burkina dove la terra non appartiene di diritto a nessuno e allo stesso tempo è di tutti: il campo che coltivi è in un certo senso tuo, soprattutto se un “diritto ereditario di coltivazione” te lo ha assegnato, se già lo lavorava tuo padre, ancor più se già lo lavorava tuo nonno (ci porterebbe lontano aprire qui una parentesi sulla struttura della famiglia africana: qui dove tutti si chiamano “fratello”, dove la dimensione manches longues, “a maniche lunghe” dei rapporti famigliari estende l’abbraccio domestico ben oltre i rapporti di sangue; lontano sì ma sempre nell’ambito  delle riflessioni che voglio provare a sviluppare che si muovono al confine tra forma e sostanza…) ma nei fatti la proprietà della terra è del villaggio. Non c’è carta che tenga. Non c’è documento che provi.

Se una traslazione è consentita dall’asse spaziale a quello temporale, la labile forza di queste proprietà mi pare una buona metafora lungo la quale guidare i pensieri sull’impiego del nostro tempo.

Facendo nostro questo senso della proprietà che non si configura come diritto astratto codificato dalla legge ma risiede nell’uso, nella capacità di messa a frutto, possiamo forse definire “nostro” il tempo che sappiamo rendere produttivo. Il tempo cioè non ci è dato né di fatto di diritto: siamo noi a doverlo “fare nostro”.

Ma il concetto di produttività che individua il tempo che davvero ci appartiene deve, a mio avviso, emanciparsi dalla “numerabilità” del risultato. La produttività che questa gente sa dare alla terra, infatti, trova sì riscontro nel peso del raccolto a fine stagione ma crea valore anche nella capacità che abbiamo visto di prendersi cura di un seme, di riscoprire radici e valori della tradizione, nella comune abnegazione per un risultato che premia l’intera comunità.

Ecco, io credo che nel momento stesso in cui abbiamo il coraggio di sottrarci alla logica quantificatrice del risultato per concedere a noi stessi uno spazio di riappropriazione, allora poniamo le basi di un empowerment che inevitabilmente diverrà produttivo.

Prima della partenza mi sono più volte chiesta se e come avrei trovato un equilibrio diverso staccando completamente dal mio “mondo milanese” e dedicandomi a tempo pieno, per la prima volta per un periodo lungo, alla mia “vita africana”.

La sorpresa è stata nell’accorgermi che nulla cambiava. La vita qui prosegue come sempre, con più o meno le stesse abitudini e assolutamente lo stesso stile di lavoro. Solo applicato a un ambito diverso. E questo periodo non mi appare più, allora, come una parentesi, ma come un continuum senza soluzione. Dall’ufficio in casa editrice alla stanza nell’ostello dei cooperanti. E mi trovo a riflettere qui, sotto il sole di Ouaga, sui temi che fanno la sostanza del mio mestiere “italiano”.

Dove sta allora il confine tra il mio lavoro e tutto il resto? O, meglio, ha davvero senso cercare questo confine? Chi ha detto che ci sia?

Sono a metà di questa esperienza e sono sempre più convinta che il bagaglio con cui tornerò, una volta svuotate le valigie che all’andata erano piene di materiali da consegnare nei villaggi, mi avrà arricchita non solo dal punto di vista personale ma anche, altrettanto, da quello professionale. Lavoro su “oggetti” diversi, in un contesto diverso, con persone diverse. Ma sento il tempo che spendo qui come tempo che diventa più mio. Come tempo produttivo e che quindi mi appartiene. Un piccolo capitale che continuerà a dare, mi auguro, i suoi frutti anche dopo il rientro.

 

Alessia Uslenghi (Bambini nel Deserto Lombardia)

3 gennaio 2014

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