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Africa e management 2

Buchi nell’acqua ovvero leadership al femminile. Altro progetto, altro villaggio. Questa volta siamo a Rapougma. La regione è sempre quella del Nord, dove ci siamo aggirati nella puntata precedente. Inutile dire che si tratta di una delle regioni più povere del Paese, quando il Paese è uno dei più poveri del mondo.

La nostra, questa volta, è una missione di esplorazione, finalizzata alla scrittura di un nuovo grande progetto che prevede l’applicazione delle energie rinnovabili all’ambito agricolo e della sicurezza alimentare. In poche parole: pannelli solari per azionare pompe da applicare ai pozzi (da cui altrimenti l’acqua viene cavata  a mano, per lo più da donne e bambini) e facilitare così l’irrigazione durante la stagione secca, aumentando la produzione agricola e assicurando abbeveraggio agli animali (ovini e bovini).

Giriamo da tre giorni per villaggi, conduciamo interviste, raccogliamo dati, scopriamo realtà fatte di nulla se non della caparbietà delle persone. Appesi al filo sottile degli eventi meteorologici, gli abitanti dei villaggi sono condannati all’inattività quando non piove. Senza acqua non si fa nulla.

Come sempre quando la nostra visita è annunciata, troviamo ad attenderci i notabili del villaggio: gli anziani, il presidente della cooperativa degli agricoltori, a volte addirittura il capo villaggio (ricordarsi, in segno di rispetto, di non fissarlo negli occhi quando ti parla: del resto porta quasi sempre occhiali scuri con lenti a specchio! la sua ieraticità passa anche da qui) ma anche l’imam (scampata la gaffe, quando in un villaggio ho teso la mano al capo religioso e mi è andata bene che non la rifiutasse come nel suo ruolo avrebbe dovuto fare, evitando ogni contatto con una donna), e poi altri uomini. Ti preparano due sedie di plastica, di quelle che da noi si usano in giardino, ti fanno accomodare al centro e, dopo il lungo cerimoniale dei saluti e delle presentazioni, si comincia a parlare. Noi chiediamo, loro rispondono, si raccontano. Diamo tutta la disponibilità a soddisfare a nostra volta le loro domande.

E intanto intorno si vanno raccogliendo anche le donne. E da un altro lato i bambini. Una coreografia silenziosa, spontanea, sempre la stessa in tutti i villaggi.

A condurre questa missione di scouting siamo Monica e io. Monica è una giovane donna italiana che vive in Burkina e lavora nella Cooperazione Internazionale; parla anche mooré, la lingua locale, il che facilita l’intesa (io mi arrangio col francese e le tre parole di saluto che conosco nell’idioma del posto). Anche noi seguiamo un po’ sempre lo stesso copione. Ormai abbiamo imparato che funziona. Si parla di dieta (ci interessa capire che cosa mangino, con quale frequenza ad esempio consumino carne, pesce, verdure, al di là del solito to, una polentona di mais, miglio o sorgo a cui aggiungere – quando va bene – un cucchiaio salsa o di erbe selvatiche). Basta una battuta: se vogliamo farci raccontare che cosa comprano al mercato e che cosa cucinano, vogliamo sentire le donne! Da donna a donna: che ne sanno gli uomini? Mica sono loro a fare queste cose!

È il calcio di inizio. Ormai abbiamo imparato anche a individuare quella che definiamo la “sindacalista” del gruppo. C’è sempre una leader in ogni villaggio, lo capisci da dove si mette, la individui dallo sguardo. E la parola passa definitivamente a lei, a loro, a queste donne tanto straordinarie da essere la vera colonna dell’economia africana fino a meritarsi l’anno scorso, grazie alla loro combattività, una nomination per il Nobel per la Pace. Da questo momento difficile che gli uomini riconquistino  il diritto a spiegarci le cose.

Anche le donne di Rapougma, come in tutti villaggi,  rivendicano più spazio, più autonomia, la possibilità di lavorare di più, di avere attività tutte per loro. Ma soprattutto passano ai fatti e ci accompagnano nel “loro” orto.

Nell’ampia area appena fuori dall’abitato, le donne coltivano soprattutto cipolle, ma anche pomodori e patate. L’acqua però non basta per fare tutto; inoltre non hanno sementi. Producono per il consumo locale e qualcosa per la vendita; qualche anno fa il villaggio era meta di grossisti ma dopo alcune produzioni scarse i commercianti hanno smesso di passare di qui e anche se a volte restano eccedenze rimangono invendute.

La cosa interessante è che in quest’area, coltivata a orti e grande quattro ettari, ci sono ben sedici pozzi (di cui molti si asciugano, mentre solo uno o due hanno acqua tutto l’anno e comunque sono tutti senza pompa: l’acqua si tira su con la forza delle braccia). Tali pozzi sono stati “costruiti” qualche anno fa dallo Stato. L’intervento pubblico, per quanto utile, si era tuttavia limitato a scavare semplici buchi, poco profondi: sono state poi loro, le donne del villaggio, di loro iniziativa, a raccogliere i propri risparmi e promuovere ulteriori lavori. Hanno pagato gli uomini e li hanno messi a scavare! I pozzi sono stati approfonditi e le pareti cementate. Le donne stesse invece hanno provveduto alla rimozione della terra di scavo.

 

Abbiamo ascoltato questi racconti in un tramonto illuminato dalla luna. Il filtro della lingua non ha setacciato lo spirito vivace dello scambio di battute e provocazioni lanciate dalle donne ai loro uomini e io non ho potuto fare a meno di accostare nei miei pensieri tanta determinazione femminile, tanta forza fisica e morale, a qualche profilo di manager in tailleur e tacco alto…

 

Alessia Uslenghi (Bambini nel Deserto Lombardia)

28 dicembre 2013

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