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Africa e management 1

I semi dello sviluppo ovvero spirito di iniziativa.

Da circa un mese mi trovo a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove rimarrò ancora per alcune settimane, in un periodo di "stacco" dal mio lavoro abitituale come editor di libri di management. Lo stacco però non è totale: lo sguardo nutrito da tante letture manageriali mi aiuta a cogliere spunti interessanti. Tra le altre cose quando sono a Milano scrivo per il blog Crisi e Sviluppo sul sito di ManagerItalia.

Le due parole – non serve sottolinearlo – appartengono all’Africa ancor prima che al nostro mondo aziendale: la crisi alimentare in cui tutto il Sahel si sta dibattendo quest’anno è gravissima. Ci sono zone dove le piogge nel corso del 2012 si sono arrestate a inizio settembre, bruciando i campi di cereali, col risultato che a febbraio 2013 il raccolto era già terminato e per il nuovo si doveva aspettare ottobre-novembre. Nessuna scorta, nessuna risorsa per i restanti dieci mesi. Unica possibilità: chiedere alla terra di produrre e produrre ancora. E quando l’acqua non arriva dal cielo occorre cercarla nella terra stessa.

A partire dall’inizio dell’anno bisogna cominciare a preparare i terreni perché possano essere dedicati all’orticoltura, trovando il modo di assicurare la necessaria irrigazione. In questo contesto si inserisce un ampio programma di interventi – coordinato in Burkina da Bambini nel Deserto e finanziato, tra gli altri dalla Regione Toscana – che ha come obiettivo la sovranità alimentare e il rafforzamento delle capacità produttive delle comunità locali. Tra i contenuti del mio viaggio era compresa anche una missione di monitoraggio su questo progetto. La realtà che ho trovato merita di essere raccontata.

A Kao, nel Nord del Paese, l’intero villaggio è mobilitato intorno al progetto: insieme abbiamo scavato cinque pozzi a grande diametro, avviato un vivaio per la produzione di piantine e sementi, creato un perimetro irriguo in cui si coltivano cipolle, pomodori, cavoli. Il tutto preceduto e accompagnato, fase per fase, da un attento processo di formazione. Alcuni episodi mi paiono decisamente istruttivi.

 

Fare rete

Coltivare in Africa è una fatica. Coltivare fuori stagione delle piogge lo ancora di più. Ad avere fame non sono solo le persone ma anche gli animali  e proteggere gli orti è fondamentale. Peccato che… Peccato che nel progetto iniziale non fosse stata messa a budget la recinzione del perimetro orticolo. Una dimenticanza. Grave forse, ma capita.

Resisi conto del problema, donne e uomini del villaggio insieme ai tecnici di OPDES, ong locale nostra partner, decidono di non informarne i finanziatori italiani. Sentono la responsabilità dell’errore e cercano di trovare una soluzione.

Qualche mese prima lo Stato burkinabé ha realizzato alcuni pozzi in terreni che si sono poi rivelati inadatti all’agricoltura e quindi nessuno è andato a coltivarli. Lo Stato però – a differenza dei nostri paysans! –  aveva previsto le recinzioni e interi rotoli di rete metallica giacciono abbandonati. I contadini decidono allora di investire i primi guadagni derivati dal vivaio nel noleggio di queste reti: si arrangiano come possono, i pali di sostegno si alternano, uno di ferro e uno di legno, uno più costoso, uno meno. La rete che si sono potuti permettere ancora non basta. Decidono di sacrificare la protezione metallica di un lato del vivaio (che sta all’interno del perimetro degli orti) e includere tutto in una sola recinzione. Provvisoria, certo, e non di proprietà, ma così almeno i quattro ettari di orto sono al sicuro.

Quando ci raccontano la loro dimenticanza, non senza timore e anche con un po’ di vergogna (sentimento per lo più sconosciuto in tanti nostri contesti…), in realtà ci svelano un punto di forza di notevole efficacia.

Vogliamo chiamarlo capacità di problem solving? accountability? Per noi, e per i nostri finanziatori, è una garanzia di sostenibilità: il progetto posa su basi solide. Proprio come la rete.

 

Mattone su mattone

Quando in un villaggio scavi per costruire un pozzo, più o meno regolarmente si presenta il problema dello smaltimento della terra di risulta. Spesso resta lì, diventa parte stabile del paesaggio.

A Kao, dove di pozzi ne abbiamo scavati ben cinque in soli quattro ettari, la terra è tanta e l’area orticola ha bisogno di rimanere pulita. Perché limitarsi a spostare la terra? All’ingresso degli orti al nostro arrivo troviamo una sorpresa di cui nessuno ci aveva parlato: una piccola fabbrica artigianale produce mattoni che saranno usati per costruzioni o ristrutturazioni nel villaggio.

Anche questo un segnale di come da un lato il progetto sia stato piantato in un terreno fertile di iniziativa e dall’altro come la spinta propulsiva dell’intervento formativo abbia effetti immediati e positivi sulla motivazione delle persone.

Vogliamo chiamarla proattivitàappartenenza? Grande esempio di spirito imprenditoriale.

 

 

 

 

 

 

 

Rigenerare valore

Anche questo villaggio – che per ordine e pulizia estrema, vi assicuro, ricorda un po’ quello del Mulino Bianco – ha il suo Antonio Banderas.

Chiuso nel suo spazio, però, non cuoce biscotti: coltiva semi. Semi preziosi, di piante indigene in via di estinzione. Se li procura da chi viaggia in altre regioni. Sono piante ornamentali e da frutto, strani alberi che producono una specie di patata che pende dai rami o piccoli frutti racchiusi in un riccio verde i cui semi servono a fabbricare sapone. Li pianta e li accudisce con un fare antico. Ingredienti in più per una dieta povera ma anche forma di conoscenza che l’anziano non vuole vada perduta. I bambini del villaggio adesso sanno di piante della loro terra che altrimenti non avrebbero mai visto.

Recupero di specificità locali, trasmissione del sapere: vogliamo chiamarla cultura?

 

I tre episodi nella loro semplicità rappresentano tre pilastri incrollabili su cui fondare uno sviluppo – seconda parola-chiave questo nostro blog – realmente sostenibile. Altro termine che qui assume tutta la pregnanza del proprio significato.

 

Alessia Uslenghi (Bambini nel Deserto Lombardia)

 

15 dicembre 2013

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