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Harmattan: il vento del deserto


Un vento fortissimo secco, della durata di qualche giorno, simile alla nostra Bora, che però porta con sé come una maledizione sabbia e polvere, in strati così spessi da offuscare il potente sole africano. Il suo nome evoca l’Armageddon cristiano, ma stiamo parlando dell’Harmattan, il vento che nasce nel Sahara e soffia verso sud ovest arrivando nel Sahel tra gennaio e aprile.

 

Poco se ne parla di questa dannazione africana, che spesso riesce a portare i suoi pulviscoli anche oltre Atlantico, in Sud America, ma se non si conosce questo vento, rimarrà sempre difficile comprendere in pieno cosa significhi vivere in Sahel, a cosa sono sottoposte regolarmente le popolazioni che ne sono esposte. " Una foschia di nebbia e polvere fine come la farina, che riempie gli occhi, polmoni, pori della pelle, naso e gola; che entra negli otturatori dei fucili, nei meccanismi di orologi e delle macchine fotografiche, contaminando acqua, cibo e ogni cosa rendendo la vita un fardello ed una maledizione": queste le efficaci parole di William Slater Brown, scrittore della Lost Generation americana, che nel libro World of the wind, tenta di raccontarlo.

Noi vogliamo andare oltre, farvelo vivere.

 

E’ mattina in Sahel, e come ogni mattina le donne escono dalle capanne, ma già sanno che qualcosa è cambiato. Lo hanno sentito sulla loro pelle: l’hanno trovata secca e polverosa e non morbida come tutte le altre mattine. E’ in arrivo l’Harmattan e sanno che devono sbrigarsi a mettere al sicuro almeno la poca acqua disponibile, in contenitori il più possibile ermetici, ma cosa c’è di ermetico in Africa? Nulla.

Uomini, donne e bambini guardano il cielo a nord, sono tutti in silenzio, l’aria è pesante e carica di attesa, il vento sta arrivando inesorabilmente: il cielo non ha più la luminosità solita ed il sole comincia a perdere d’intensità, e dalla terra già assetata comincia a sollevarsi della polvere. La rassegnazione è l’unica forza a cui aggrapparsi, mentre tutti rientrano nelle capanne, pregando Dio che almeno questa volta la loro unica protezione con il mondo esterno non venga abbattuta.

 

Almeno questa volta, perché in quei cinque sei mesi, per la metà dell’anno, hanno smesso di contare le volte che le capanne sono state ricostruite. Se son capanne, è facile non resistano all’impetuosità del vento, ma anche le scuole, realizzate in muratura con gli aiuti occidentali, spesso finiscono per essere seriamente danneggiate. Non c’è luogo sicuro, quando soffia l’Harmattan.

 

 

Non c’è riparo da questo vento che soffia anche a 50km/H, che dal Sahara arriva senza trovare ostacoli, senza nessuna foresta che ne mitighi l’impatto, senza nessun albero che come rene naturale filtri un poco l’aria dalla sabbia, rendendola meno densa ed irrespirabile. E’ un vento secco, l‘Harmattan, e porta solo sabbia e sete. Le capanne traballano sotto le folate del vento, la sottile sabbia invadente si deposita su tutto, i bambini più grandi, già abituati a queste giornate, hanno imparato dagli adulti a stare fermi, ad aspettare che passi la tempesta di sabbia, a ignorare la sete ed il fastidio in gola e negli occhi. Ma i bambini più piccoli no, non ancora, e quell’aria secca, calda, soffocante li fa piangere sino allo sfinimento.

E’ il loro battesimo dell’Harmattan: non piangeranno più dopo, avranno imparato che quelle lacrime conviene tenersele, che è acqua sprecata.

 

di Marianna De Padova

 


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