hvor gammel er lege oz cialis hjelp med reseptbelagte kostnader

Organizzazione Umanitaria
ONG Bambini nel Deserto Onlus

La prima volta di Marianna in Africa nera

Foto di Irene FornasieroUn bambino, trotterellante sui suoi piedini, nella sua magliettina enorme e lisa, mi è venuto incontro, porgendomi la mano. Un sorriso incerto si è disegnato sul suo viso quando gli ho preso la manina che mi porgeva. Siamo rimasti così, a guardarci sotto il sole rovente, poi, il piccolo ha capito che era a lui l’onore di farmi d’accompagnatore, così gentilmente mi ha condotto dentro la sua capanna.

O quella di un parente. O di un altro della tribù. Era comunque incredibilmente fresca, nonostante fosse solo di paglia. Ed accogliente, sebbene ci fosse solo terra battuta, un paio di letti e qualche suppellettile. Si è seduto in terra, e avendo ancora la sua mano tra la mia, io pure mi sono accomodata. Siamo rimasti così per un lungo minuto forse, poi si è alzato ed è scappato via, attratto dalla distribuzione delle caramelle in atto fuori. Io sono rimasta solo un momento più a lungo a guardarmi intorno. Povertà estrema verrebbe da definire. Ed indubbiamente lo è. Ma è anche estrema libertà e dignità.

 

Foto di Irene Fornasiero

 

Una dignità che è forte e presente in ogni uomo e donna incontrati: fieri nella consapevolezza di essere neri e liberi, di sapere cose che noi occidentali non potremmo –forse- mai capire, e che nel buio della notte dei villaggi nella savana, sono tramandate ai loro bambini. E i bambini sono così: piccoli adulti che vanno incontro allo straniero bianco sorridendo, letteralmente impazziti nel vedersi ritratti poi nella macchina fotografica. E se i bambini sono bambini in ogni parte del mondo, tra questi accade che una di loro la prendi in braccio per alleggerire una piccola di forse sette anni, che già si tiene sulla schiena la sorellina, e rimani così, circondata da tante anime veramente innocenti che non capiscono come fai ad essere così diversa, e a portargli cose così buone come i lecca lecca.

Ma quando guardi negli occhi la bimba che tieni in braccio, in lei non ritrovi l’accoglienza dell’altro bambino: in questi piccoli occhi carbone c’è quasi un rimprovero, quasi la memoria collettiva della sua gente, che la fa dubitare del mio abbraccio. Passivamente non si oppone, perché, appunto, ‘ricorda’ che l’uomo bianco è potente, l’uomo bianco ha potere di vita e di morte, l’uomo bianco è la rovina del popolo nero e quindi conviene stare buona; ma senza sorridere, perché un sorriso è una compiacenza, una connivenza, e lei che forse ricorda, non vuole questa infamia: dignitosa e altezzosa oserei dire, si fa portare da me. Non è felice che la tenga in braccio, ed io egoisticamente faccio finta di non accorgermene, perché anche io ho una memoria collettiva, una memoria collettiva che fa di me l’appartenente ad una razza che ha generato e permesso il genocidio del popolo nero, che come ‘bianca’, in me ho la colpa dello schiavismo, passato e presente.

 

Foto di Daniele Peti

Ma alla piccola non interessa che io sia lì in pace, che abbia in orrore la schiavitù e che abbia portato del sapone alla madre: vede arrivare la sua nonna, i suoi rassicuranti occhi cioccolato, la pelle rugosa e spessa, sfugge ai miei occhi verdi, la mia pelle liscia e sottile e porge, inequivocabilmente, le sue braccine alla nonna, che invece è divertitissima della mia affettuosità. Perché la nonna, che forse tramanda oralmente il racconto di quando gli uomini venivano pescati con le reti nella savana, catturati da uomini ‘bianchi e pelosi’ a cavallo, sa che invece ci sono dei bianchi che arrivano sin lì con l’insopprimibile, e –forse- impossibile bisogno di rimettere le cose al giusto posto.

Un posto fatto di terra e vento, di alberi e fuoco. Un posto dove i bambini possano giocare in mare come tutti gli altri, in cui il mare è solo un luogo dove farsi il bagno fragorosamente, levandosi la polvere dalla pelle nera come ebano. Un luogo dove il bagnarsi in acqua sia anche un liberarsi dal passato come una catarsi, un battesimo di libertà celebrato giocando a tirarsi l’acqua fresca. Un luogo di mare, un oceano, dove i bambini possano giocare felici, magari proprio in quello di Gorée, che i loro antenati videro sapendo che per molti di loro sarebbe stata la tomba, mentre per altri l’immensità tra la schiavitù e la libertà, deportati in un’altra terra, stipati prima in piccole celle e poi ammassati in grandi velieri per andare a morire sotto le frustate.

 

Un mare che ancora oggi esige il suo tributo alla libertà: se sono molti i bambini che possono giocare da liberi nelle acque di Gorèe, troppi sono ancora quelli, che non più in catene da oltre 6 chili, ma per libera scelta, si consegnano al mare per abbandonarsi ad una nuova schiavitù nelle nostre città, che non ci vede meno colpevoli degli schiavisti del settecento.
Guardo i ‘miei’ bambini e vorrei sapere la loro lingua, avere la loro fiducia e dirgli di rimanere dove sono, nelle polverose capanne, studiando e scrivendo sulla terra, di non aspettare le nostre caramelle, di non desiderare i nostri oggetti, ma di rimettere insieme a noi, poveri bianchi, le cose al giusto posto.

 

 

Ma non ho parole e devo andar via: un ultimo sguardo e poi incrocio gli occhi cioccolato della nonna, che tiene ancora in braccio la piccola. Questa notte sarà lei a raccontare ai piccoli come alcuni uomini ‘bianchi e pelosi’ non arrivano per causare la rovina del popolo nero, ma per restituirgli gloria.

Marianna De Padova (BnD Lazio)

 

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Condividi su Google Condividi su Linkedin

torna indietro


Clicca qui per iscriverti alla nostra NEWSLETTER!

NEWS

CHI SIAMO

PROGETTI

VIAGGI

SOSTIENI

CONTATTI

Organizzazione Umanitaria

ONG Bambini nel Deserto ONLUS

via A.Casoli, 45 - 41123 Modena (ITALIA)

tel. +39 335 6121610

CF: 94094820365

sede@bambinineldeserto.org

© Copyright 2011-2017 Bambini nel Deserto  |  Privacy Policy  |  FAQ  |  Copyright  |  Credits