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Organizzazione Umanitaria
ONG Bambini nel Deserto Onlus

Piccolo diario di bordo

Silvia, partita lo scorso febbraio per Khamlia, ci racconta la sua passione e il suo impegno per il Marocco.

 

 

“Un Paese è ciò che noi siamo nel momento in cui lo visitiamo”

Tahar Ben Jelloun. Marocco, Romanzo.

 

23 febbraio 2015

Eccomi qua, all'aeroporto di Bologna, come al solito l'ultimo aereo della notte: partenza per Casa ore 23.15. Nell'aeroporto vuoto, sento già una lingua molto, troppo familiare “Khoia, mashimushkilat”. E mi sembra di sentire già più caldo nel cuore. In fila al check in bagagli troppo grandi per essere passati come “ a mano”, djellebe colorate e bambini che si rincorrrono “AGIIII”. Sorrido, quanto mi era mancato!
Quando l'aereo si alza, impossibile non ripensare a quante volte negli ultimi quattro anni ho fatto questa tratta: incontabili. Eppure, l'emozione, quella, non cambia mai: stavolta con una sfumatura diversa. Stavolta non sarò nella tanto amata e conosciuta Rabat, ma partirò verso una nuova meta, a me quasi sconosciuta: Khamlia. Ricordo di esserci passata due anni fa quando sono rimasta per qualche tempo a Hassi Labiad, di aver visitato la Casa della Musica Gnaoua e i meravigliosi paesaggi che ne facevano da cornice. Stavolta ci arrivo, però, con una valigia piena di penne, giochi, quaderni per arrivare alla scuola del villaggio. In tasca un nome, Mohamed, e un numero di telefono. Poco altro.
Ormai l'aereo ha abbracciato il cielo e mi assopisco con un sorriso stampato in faccia, come quando si va ad incontrare il proprio amore.

Mi risveglio all'atterraggio: le orecchie mi scoppiano, come al solito, i bambini piangiucchiano. Vedo dall'oblò le luci nette dell'Aeroporto Mohammed V di Casablanca, cerco di riconoscere nel buio i confini degli agglomerati urbani, dei laghetti, della vegetazione, seguendone con il dito i contorni, come un quadro visto e rivisto ma che stupisce sempre.

La prima notte la passerò in un alberghetto di Casablanca, decisamente economico ed altrettanto poco pulito. La confusione di Casablanca  mi sorprende sempre: un mix di modernità e tradizione che schiaccia i suoi abitanti tra il vivere una città molto simil europea, eppure non poterne godere a pieno di ciò che offre. Anche stavolta vedo a Casablanca quella povertà “brutta” propria delle grandi metropoli: bambini che sniffano colla per strada, anziani e disabili accattoni, spazzatura non gestita. Insieme a ciò, impossibile non vedere donne in hijab e addirittura con niqab, camminare vicino a ragazze in minigonna, uomini con la classica djalleba andare alla moschea, vicino a giovani in giacca e cravatta che si recano in pausa pranzo al Mc Donald. Di fronte a questi contrasti che Casablanca ancora mi sbatte in faccia, impossibile non pensare a come Hassan II aveva definito il suo paese “Un albero che ha le sue radici in Africa e i suoi rami in Europa”: senza alcun dubbio, questa schizofrenia Casablanca la mostra in tutta la sua completezza.

Il mio treno da Casa Voyageurs verso Mekness parte alle 17.10 per arrivare a destinazione alle 20.30. Durante il viaggio, il finestrino mi offre uno spettacolo variegato e lontanamente conosciuto: Mohammedia, la città delle rose, passando per la regale Salè, sorella sfortunata dell'imperiale Rabat. Il rosso delle mura della capitale, lascia il posto alle più direoccate Sidi Slimane e Sidi Khacem, per poi aprirsi nel verde delle colline di Mekness, rese cupe dalla sera. Arrivo a Mekness che è già notte: mi fermo al caffè della stazione, dove riesco ad agganciarmi al WIFI: questa cosa del WIFI mi lascia sempre entusiasta. In Marocco ogni grande stazione ferroviaria ha una rete WIFI free: un segnale importante per la democratizzazione dell'uso della rete, azione che, mi dico sempre, dovrebbe copiare il nostro paese. Il signore del caffè mi chiede dove io stia andando, non sei una “gauria” (straniera, turista), no, sto scendendo verso Merzouga con del materiale per una scuola. Tra un the ed un altro, un picco glicemico spaventevole, arriva il bus, puntuale alle 21.30, che mi porterà a Khamlia. Ora di arrivo prevista: 6.30 del mattino.
Non è la prima volta che faccio esattamente questa tratta:ho ben presente le tappe intermedie per gli “spuntini” notturni (per lo più zampe e teste di montone, giusto per stare leggeri), il profumo della carne che alle ore più incredibili ti sveglia inondandoti di fumo... e poi il nero e le stelle e basta, per nove lunghissime ore. Mi accoccolo su un sedile da sola, indossando tutti i vestiti che ho nello zaino: altra cosa che ricordavo bene, il freddo e non mi sono fatta trovare impreparata. L'autista come al solito conta i passeggeri, per non perderne qualcuno tra una pausa e un'altra, e avvisa tutti “VIETATO TOGLIERSI LE SCARPE!!!VIETATO TOGLIERSI LE SCARPE”. Rido e gli dico che “Je me trove tout à fait d'acord avec vous”. Appoggio la testa al finestrino e inizio a guardare le stelle: una, due, cento, migliaia, come me le ricordavo. Stanca dal viaggio dall'Italia, miracolosamente mi addormento come un sasso, svegliandomi all'alba...

Il nascere del sole mi sveglia mostrandomi il nulla di cui sono già circondata: una distesa infinita di pietre, sabbia e dune che non hanno fine. Il sole nasce già arrossato e il cielo blu mi dà il benvenuto nel deserto.

Quando scendo, mi assale un freddo pazzesco: subito penso ai miei amici “Aaa beata te che te ne vai al caldo!”...Babba bia. Un gruppo di uomini attendono i turisti: io cerco Mohamed di Khamlia. Ci sarà? Si sarà ricordato di me? Solo in quel momento realizzo di non avere un numero marocchino, ma un telefono italiano non funzionante. Inchallah.
Dal gruppo un viso sorridente mi viene incontro “Silvia?” “Ana”, Eccolo, fiu. Mohamed ha i tratti tipicamente africani e scoprirò poco dopo, è uno Gnoua, ossia un discendente degli africani schiavi provenienti dal Mali, Senegal e Mauritania e che maggiormante popolano il villaggio di Khamlia, composto da appena 50 abitanti, quasi tutti appartenenti a famiglie Gnoua.

Con un Gran Taxi attraversiamo una radura immensa che si sta svegliando e, dopo una decina di minuti di enorllame a spiazzante nu, arriviamo a Khamlia: poche casupole di argilla e paglia a ridosso del deserto. Entro in una di queste e si affaccia un viso sorridente e sdentato, avvolto da un velo nero a fiori: Fatima, la donna che mi ospiterà per i prossimi giorni. Dopo un pisolino sul canapè del salone, alle undici del mattino di questa giornata che sembra già eterna, arriva Abdul, che sarà la mia guida a Khamlia ma anche, scoprirò, una persona fidata e gentile. Abdul mi mostra le bellezze di Khamlia: la Casa della Musica Gnaoua, attrazione dei turisti che transitano nei villaggi vicini e più noti di Merzouga e Hassi Labiad. La Casa Gnoua è il centro pulsante del villaggio, sempre occupata da uomini vestiti con il tipico abbigliamento tradizionale che si esisbiscono quando passa qualche “gauri”, ma non solo...non di rado, scoprirò, il gruppo suona per passare il tempo insieme e tenere vivo il villaggio di Khamlia.

La sensazione che immediatamente mi pervade è quella di essere veramente ai “confini del mondo”: intorno a me sabbia e spazi infiniti. Poche le persone che fanno capolino tra le casupole... Andiamo alla scuola, purtroppo vuota: capirò nei giorni successivi, e non con poca fatica, che il gruppo che devo seguire, ossia i bimbi dagli otto anni ai dodici anni si trovano all'Associazione  Khamlia alternativamente il mattino e il pomeriggio. Il mercoledì l'associazione chiude a mezzogiorno, dovrò attendere il giorno successivo. Spiego ad Abdul il lavoro che devo fare: seguendo un modello, dovrò insegnare a Fatima, la maestra dell'Associazione e, successivamente ai bimbi, come costruire dei piccoli cammelli portachiave che potranno essere venduti in Italia per finanziare le attività della scuola.
Il materiale l'ho portato dall'Italia, non sapendo bene cosa avrei trovato a Khamlia, tranne...il filo di ferro. Me ne serve tanto per poter creare le sagome dei piccoli cammelli.
E' proprio con il “fil di ferro” che scopro che per arrivare al primo centro abitato vicino, Merzouga, ci sono sette kilometri da fare a piedi (o in autostop)...a Merzouga c'è il primo caffè con wifi, il primo negozio che vende frutta e verdura, (ma non di grande qualità), la più vicina stazione di grand taxi. Tra Khamlia e Merzouga: il nulla.
Si parte, mentre Abdul sbuffa “Ghadda??”, (domani?) no, domani no, occorre prenderlo subito...arriviamo tra un passaggio e un pezzo a piedi a Merzouga, dove per sei dirams riesco ad avere il mio fil di ferro. Durante il ritorno il primo tramonto nel deserto mi abbraccia: arriviamo esausti sotto un cielo stellato a casa di Fatima, dove nel salone, tre donne (Le “tleta Fatima”) stanno chiacchierando sedute a terra...niente telefono nè internet per me, solo una televisione da cui carpisco qualche parola di darija e un tajin non certo ricco...
I giorni successivi proseguono lenti e assolati; il freddo della prima notte lascia il posto a serate più miti, e per fortuna, dato che a casa di Fatima non c'è l'acqua calda e il bagno è esterno. La “doccia” prende vita da un  grande secchio messo vicino alla turca...ho come il sospetto che non mi laverò un granché!

E' in questi giorni che conosco il microcosmo di Khamlia: gli uomini vestiti in bianco che animano la casa della musica, dove, sotto il chiostro, passo le mie ore a costruire le sagome dei piccoli cammelli e a giocare con i bambini della “Garderie”, scuola dell'infanzia che si trova giusto vicino; conosco Fatima, l'insegnante della scuola e con lei si comincia a lavorare...
L'idea è insegnare a Fatima e ai bambini dell'associazione a costruire dei piccoli cammelli  portachiavi con lana, fil di ferro e perline per poi venderli attraverso i canali associativi, in Italia. Quello che mi preme fare in questi primi giorni, è passare del tempo con Fatima per farle capire come si fanno e a cosa serviranno. Decido di affiancare lei a scuola nelle attività routinarie i primi giorni, senza impormi con i bambini nel proporre la costruzione dei cammelli. Sono certa che, anche se il tempo che ho a disposizione è poco, devo entrare nelle loro vite in punta di piedi, con discrezione e lentamente, per non forzare i loro ritmi e le loro routine. Così i primi giorni si dividono tra scuola, arabo e matematica e il resto della giornata con Fatima nella costruzione.
Scopro con piacere che Fatima è bravissima nella manualità e non solo: le piace tantissimo questo lavoretto e arriva sempre alla scuola prima di me (ormai sono più in ritardo del ritardo marocchino). Passiamo i pomeriggi a chiacchierare in spagnolo, mi chiede dell'Italia, del mio lavoro, di come si vive...
Per il resto del tempo, non c'è molto da fare a Khamlia, a dire il vero, e questo inizia a diventare una routine quasi rassicurante: a fine giornata mi concedo lunghe passeggiate tra le dune arrossate e il cielo di un azzurro da togliere il fiato. E' come se il tempo si fosse fermato, come se il tempo non esistesse. A Khamlia si respira l'Africa, quell'Africa che il Marocco ha dimenticato...
Le sere restano il momento più magico della giornata: a casa di Fatima, davanti a piatti poveri ma condivisi, ci si siede a terra nel salone, io, Bidda, Maman e si chiacchiera, ovviamente in arabo. Seppur io non sia neofita della vita semplice marocchina, ogni volta mi stupisco di com'è difficile disabituarsi al superfluo, quel superfluo inutile che ci bombarda nel nostro quotidiano e che ci rende dipendenti. Khamlia mi insegna, anzi mi ricorda, come la semplicità spesso ci lascia spiazzati ed inermi, privi degli strumenti per gestirla.

 

Domenica 1 marzo

La domenica, dopo 5 giorni al villaggio, decido di concedermi una biciclettata verso il Lago Jasmina, un lago sito a “dieci” chilometri da Hassi Labiad, un villaggio a circa una ventina di chilometri da Khamlia. Mohamed, il mio referente locale dell' Associazione Khamlia, lavora presso il centro di informazione turistico e vuole fare un esperimento, di cui io mi rendo allegramente cavia: dato che molti dei ragazzi del villaggio di Khamlia stanno seguendo dei corsi per diventare guide turistiche, promuovendo il turismo sostenibile, proviamo, io e Mounchif, ad arrivare al lago in bici...l'esperimento risulta illuminante!

Le biciclette, che più sgangherate non si può, sono difficilissime per me da portare nel deserto. La fatica di ogni pedalata mi spacca la schiena: mi sento immediatamente vecchia, inetta e anti sportiva e pure lagnosa, atteggiamento che odio e che tendo ad evitare. Dopo un tempo infinito, riesco a capire da Mouchif che la distanza reale è di 15 km e che dopo due ore...siamo solo a metà!! Decido così di lasciare gentilmente le bici e fare l'autostop: Mouchif ride e io gli dico “Non mi pare che ci siano troppi turisti in bici: occorre assolutamente rivedere questo percorso turistico, o li volete uccidere??” Scherzando e prendendoci in giro, infine, riusciamo ad arrivare al lago: la visione è stupenda. Una laguna in mezzo ad un deserto infinito, in cui l'ocra, l'azzurro e il verde delle palme dominano la scena.

Rido e dico al mio compagno di viaggio “Facciamo che nessuno deve sapere che siamo arrivati in macchina, ok?”. Riusciamo a rientrare mentre il sole cala, alla velocità della luce: il riverbero rosso lascia un buio pesto a cui i miei occhi non sono abituati. Sulla via di casa, portando le bici a mano, Mounchif mi racconta che lui è uno Gbnaoua, di origine maliana: mi spiega che la danza che fanno è quella degli schiavi neri che, mercificati dagli arabi, intonavano il loro canto di libertà: le stesse movenze, richiamano persone legate tra loro e le “castagnette”, suonate a ritmo, riproducono il suono delle catene che tenevano legati gli schiavi. Mounchif mi racconta di come la musica sia entrata nella sua vita quando era ancora molto piccolo, perchè il suo papà suonava e mi racconta, ridendo, di come i bimbi al villaggio costruissero le castagnette con le scatole di tonno per suonarle.
Rientriamo a Khamlia che è già buio, le stelle quasi illuminano la terra arida del villaggio. Rientro a casa di Fatima, ricomincia a fare freddo la sera: già pregusto il mio giaciglio al suolo, tra un tappeto e un numero incontabile di coperte spesse di lana ruvida, che mi avvolgeranno anche stanotte.

 

Lunedì 2 marzo: una nuova settimana

Il lunedì sono il gallo e le capre a casa di Fatima a svegliarmi alle sei e mezza...sento le donne della casa muoversi, aprire il recinto, preparare il primo the...mi accoccolo sotto le cinque coperte che di notte mi schiacciano e aspetto un'altra oretta per affrontare le taniche di acqua fredda che mi aspettano.
Oggi mi aspetta un'altra giornata a scuola: al villaggio mi chiamano ormai Samira, com'è tradizione per gli stranieri che vivono in Marocco, è quasi d'obbligo avere un nome locale. Il giorno si apre con una routine tranquillizzante, la prima tappa alla Casa della musica Gnoua, dove ci sono tutti i musicisti del villaggio che attendono i primi turisti, poi una passeggiata tra le casupole per un buongiorno e infine alla scuola. Oggi con Fatima abbiamo deciso di iniziare a mostrare i cammellini ai bimbi, anche se l'attività risulta un po' complicata visti i tempi delle lezioni: Fatima ha, infatti, delle attività standard dalle nove alle undici e mezza del mattino (poi deve correre a casa a preparare il pranzo) e dalle tre alle cinque e mezza del pomeriggio. I bambini difficilmente restano del tempo in più a scuola, quindi è d'obbligo ritagliare un po' di tempo durante le sue lezioni.
Fatima si sente pronta e spiega ai bimbi cosa sono quei misteriosi giocattolini che spesso vedono ormai a scuola e li prepara al fatto che il giorno seguente si sarebbe dedicato del tempo a prepararli. I bambini sono curiosi ed entusiasti, com'è giusto che sia. Chiassosi ridacchiano.

Il martedi decido di partire con Joussef verso Rissani, la città dove la domenica, il martedi ed il giovedi c'è il mercato e dove arrivano le “camionete” provenienti da tutti i villaggi vicini. Si parte alle nove e mezza del mattino: il furgone è pieno di abitanti di Khamlia, tutti in agitazione per la visita alla città. Per fare 35 km Joussef impiega un'ora e mezza: tappa d'obbligo ogni piccolo chiosco, ristorantino e qualche caffè tra Merzouga e Hassi Labiad. Inizio a capire in che epopea mi sono ficcata: di fatto il furgoncino prende le ordinazioni e a Rissani fa la spesa per tutti. Questo comporta un viaggio di quattro ore tra andata e ritorno e una sosta a Rissani di tre ore.
Durante il viaggio, la camionetta attraversa strade desertiche per poi immergersi in uno stupendo palmareto che ci introduce a Rissani: la città ha un grandioso suq, frutta, verdura e spezie. Colgo l'occasione per fare un po' di spesa per Fatima, prelevare dei soldini (la banca più vicina a Khamlia è proprio a Rissani) e assaggiare dei datteri che sembrano burro. La partenza è prevista all'una e mezza, che diventeranno automaticamente le due, posticipando il mio arrivo a Khamlia alle quattro: riesco a volare alla scuola, riuscendo a iniziare il lavoro con i bambini, che sembrano impacciati, divertiti e curiosi. Io e Fatima ci fermiamo a scuola fino alle sei per continuare i lavori, ossia aggiustare i primi tentativi dei piccoli: procediamo bene, ne abbiamo già terminati dieci. Sono felice, il mio lavoro ha preso forma: inizio già a girare le foto tra gli amici a casa, che, ovviamente, iniziano a prenotarne subito uno come portachiavi di casa!

I giorni successivi scivolano via: inizio a muovermi velocemente tra le case del villaggio anche di sera, orientandomi di notte ed inizio ad abituarmi alla vita lenta di Khamlia, in mezzo al nulla. Dormendo nella sala sempre piena di donne e bambini, comincio a non patire più troppo l'assenza di privacy, e grazie al caldo improvviso e scoppiettante che esplode negli ultimi giorni, l'acqua fredda sembra meno fredda al mattino. Aspetto i bambini che ormai mi chiamano per strada, Silvia! Samira! E agli splendidi tramonti che tolgono il fiato. Imparo a capire quando i musicisti si preparano perchè sta arrivando una macchina di turisti...
Mentirei se dicessi che la vita a Khamlia è facile: per me, almeno non lo è. Sebbene i berberi siano un popolo accogliente, è giustamente difficile entrare nella loro fiducia.
Avrei bisogno di restare almeno sei mesi per entrare un po' in questo microcosmo, perché i miei ritmi si adeguino a questi, per costruire una simbiosi. Ma il tempo adesso non c'è: e il venerdì arriva in fretta. Al mattino mi sveglio all'alba: Fatima e Fatima stanno preparando il the prima di aprire le capre. Stroppiciandomi sotto le coperte di lana, inizio a sentire l'amarezza in bocca della fatica di essermi abituata per dover già ripartire. Oggi dovrò salutare, concludere alla scuola i lavori, infagottare i miei vestiti nella valigia che adesso, senza le penne ed i quaderni, sembra vuota. La mattina è fresca e poco ventosa, mi metto le scarpe da tennis e l'ipod e decido di sfruttare quel tempo per andare a fare jogging: sorrido quando penso al martedì prima quando ho chiesto a Fatima nel mio arabo stentato "Mi piace correre, fare sport al mattino, c'è spazio qui?" E lei, sorridendo, mi ha indicato "le desert", come per dire, qua mancano tante cose, ma lo spazio immenso non manca mai. In realtà è la prima volta che vado a correre oggi, tra le troppe cose da fare e il grande caldo non ero ancora riuscita a tagliarmi del tempo per me: ma è ora di ordinare i pensieri, prima di salutare Khamlia. Correre e camminare in questi spazi enormi verso un orizzonte di nulla, mi fa sentire piccola nel mondo, mi fa capire come il mio egocentrismo, come i miei problemi quotidiani siano piccoli e stupidi se paragonati all'immensità del mondo.
L'ultima mattina alla scuola saluto Fatima ed i bambini, saluto i musicisti Gnaoua e sono a tutti grata di non essere troppo affettuosi nei commiati, proprio come me: non è proprio dei marocchini vedere un ciao come un addio, ma un ciao, inchallah, se Dio lo vorrà ci si riabbraccerà.


Concordo con Mohamed come organizzare le spedizioni in Italia in futuro dei portachiavi: questo mi preme, ora, far capire a Fatima e ai bambini che il loro sforzo varrà un po' di soldini per la scuola. Non possiamo perdere la faccia adesso.

Il mio autobus parte da Rissani per Rabat alle sette di sera, riesco a vedere dal finestrino l'ultimo tramonto sul deserto mentre mi stringo su un Grand Taxi che parte da Merzouga.
I souvenir che mi restano nel cuore e nella valigia dei ricordi, sono tanti sorrisi, tante mani tese, ma anche tanta fatica, la mia, per riuscire a conoscere una realtà...Mentre la luna illumina il paesaggio del RIF che mi appare quasi extraterrestre, mi accingo a ritornare con la mente verso casa, con il cuore ancora caldo dal sole del deserto e con una borsa piena di portachiavi, forse un po' storti, forse non perfetti, ma di certo creati con tanta fatica ma anche tanti sorrisi.

Bisslama Khamlia, ci riabbracceremo ancora.

 

Silvia

 

 

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