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Organizzazione Umanitaria
ONG Bambini nel Deserto Onlus

Slovenia-Italia-Marocco: l'esperienza di una volontaria di Bambini nel Deserto

Polona Oblak ha studiato francese e italiano presso la Facoltà di Arti di Lubiana e ha conseguito un master in francese. Da sempre ama viaggiare e da sempre il suo desiderio è anche quello di aiutare le persone – soprattutto i bambini – a imparare. Non c'è da meravigliarsi che la vita l'abbia portata nel Nord Africa, in Marocco, dove ha incontrato Bambini nel Deserto.

Polona Oblak collabora con Bambini nel Deserto da quattro anni e attraverso l'organizzazione ha insegnato la lingua francese ai bambini, ai ragazzi e alle donne berbere nel villaggio di Hassi Labiada in provincia di Errachidia nel Sahara marocchino.

A fine giugno è stata invitata nella Biblioteca Civica di Isola, in Slovenia, dove ai bambini della terza classe della scuola primaria ha parlato della vita nel deserto e tra i berberi, mentre il suo amico Salem Ait Ha ha raccontato una favola berbera in lingua berbera sollevando la curiosità dei bambini (naturalmente Polona l'ha poi raccontata anche in sloveno).

Su invito di Salem, i bambini di Isola hanno preparato delle domande per i bambini berberi, e questi manderanno le risposte in autunno, quando Polona e Salem ritorneranno nel Sahara, nel momento in cui anche li riprenderanno nuovamente le lezioni. Speriamo che la collaborazione tra i bambini di Isola e quelli berberi possa continuare anche in futuro!

 

In questa lunga intervista Polona ci racconta la sua l'esperienza.

 

Polona, come mai hai deciso di studiare le lingue e che cosa ti hanno portato nella vita? Quando hai sentito il desiderio di diventare insegnante?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute. Durante l'infanzia ho imparato l'italiano e l'inglese, mentre al liceo anche il francese. Mi piace viaggiare e la conoscenza delle lingue straniere apre una miriade di sentieri, dà la possibilità di conoscere altre persone, di creare con loro dei legami, visitare paesi stranieri, approfondire la loro cultura e capirla più facilmente ..

Ecco perché ho deciso di studiare le lingue. All'inizio non volevo diventare insegnante. Poi ho studiato per tre anni in Francia e ho fatto dei tirocini, durante ai quali ho scoperto che mi piace molto insegnare...

 

Cosa ti ha portato in Africa?

Durante il mio soggiorno in Francia mi è venuta voglia di visitare il Marocco, ma in qualche modo non era il momento giusto per andarci. Ebbene, nel dicembre del 2009 mi sono detta, o vado adesso, o mai più... e così ho comprato un biglietto aereo... Nel deserto mi ha portato il Mektoub, cioè il destino.

 

Come hai conosciuto Bambini nel Deserto e come è iniziata la tua collaborazione?

Ho conosciuto Bambini nel Deserto durante il mio viaggio in Marocco. Prima di tutto, ho visto che in questo villaggio esisteva un'associazione che organizzava corsi di alfabetizzazione per le donne e questo ha attirato la mia attenzione. Pochi mesi prima avevo cominciato a nutrire il desiderio di insegnare in un contesto diverso da quello in cui lavoravo, perché nei nostri licei o in una scuola di lingue gli allievi sono quasi costretti a imparare, ma ci sono luoghi nel mondo dove le persone hanno la necessità di imparare ma non la possibilità di farlo. Poi, casualmente, sono andata a prendereunl tè in un hotel – sempre nello stesso villaggio – e li ho visto un poster che illustrava i progetti dell'organizzazione nella stessa regione. Mi sono scritta il nome, l'indirizzo del sito web e quando, successivamente, ho saputo che sarei tornata indietro per insegnare, ho preso contatto. Ho mandato il mio curriculum e ho spiegato quello che avrei voluto fare lì, offrendo il mio aiuto che è stato accettato volentieri.

Le mie conoscenze linguistiche mi hanno aperto la porta verso un universo nuovo, quello della cooperazione internazionale e del volontariato. All'inizio non pensavo che avrei avuto delle responsabilità, poi invece sono diventata rappresentante di Bambini nel Deserto nel deserto del Marocco.

 

Come ti sei abituata alla tua nuova vita in un posto diverso e con persone diverse?

Naturalmente, all'inizio è stato difficile... Tutti sappiamo che loro sono marocchini, poi berberi e musulmani di religione. Però, certe cose non si trovano nei libri, bisogna scoprirle da soli... tutto quello che riguarda la cultura, le tradizioni, i legami e le relazioni tra le persone all'interno del villaggio, la vita tribale... Con il tempo, uno vede un sacco di cose e ci si abitua, si impara e si capisce... poi tutto diventa più facile. Altrimenti, come dicono loro, «Faites comme chez vous, mais n'oubliez pas que vous êtes chez nous». Cioè: sentitevi come a casa vostra, ma non dimenticatevi che siete a casa nostra.

 

Chi sono i Berberi: come vivono, quali sono le loro abitudini, la lingua, la cultura?

I Berberi sono la popolazione indigena dell'Africa e quindi anche del Marocco, prima dell'avvento dell'Islam. I Berberi vivono anche in Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Mali, ma in ogni paese hanno un nome diverso.

Una volta, quando non i confini tra i paesi africani non erano ancora tracciati, i Berberi vivevano come nomadi e viaggiavano con il proprio bestiame, perciò oggi li troviamo in diversi paesi.

In Marocco, la maggior parte dei berberi vive in villaggi o città. Alcuni sono ancora nomadi e vivono in tende.

Il villaggio dove vivo e insegno, è stato fondato solo intorno al 1960, quando alcuni Berberei hanno iniziato ad abbandonare la vita nomade. Ora sono musulmani ma originariamente erano politeisti, credevano nel dio del sole, della terra, del vento ecc.

Una volta il nomadismo richiedeva una forte collaborazione tra i membri del clan o del gruppo, perché l'individuo non poteva sopravvivere da solo. Questo modo di vita tribale e il rispetto della tradizione sono ancora fortemente presenti: a volte, quando sono in Marocco, ho l'impressione che lì è come se il tempo si fosse fermato... come se trovassi in un'altra dimensione... e infatti si tratta di un mondo speciale!

È naturale che lo stile di vita dei berberi sia legato alle loro credenze religiose, ma si può notare anche una forte connesione con la natura: con la terra e con le piante in particolare. I Berberi per esempio preferiscono ricorrere a piante medicinali piuttosto che andare dal medico. Parlano il berbero o amazigh, che varia a seconda della zona: nel nord del Marocco ossia Rif si parla Tarifit, nella parte centrale del paese si parla il tamazirt e nella regione del Souss, cioè a Agadir e nei suoi dintorni, l'assousit.

 

 

 

 

Come ti hanno accettano tra di loro i berberi?

Penso di essere stata accolta bene, perlomeno io mi sento così ... Dopottutto il lavoro che ho svolto là ed il fatto che ho imparato il berbero ed il darija, dunque l'arabo marocchino, ed il fatto che ho adottato il loro modo di vita e le loro abitudini, come ad esempio il modo di alimentarsi e coprirsi i capelli, ha contribuito al fatto che la co-abitazione sia più facile... Come ovunque, anche li si possono incontrare persone che saranno più fredde con te solo per il fatto che sei straniero, dunque diverso ...

 

Cosa parlano i berberi a parte la loro madre lingua?

Parlano anche l'arabo marocchino, però la maggioranza parla anche francese, spagnolo, inglese ... Alcuni a causa del contatto e lavoro con i turisti parlano anche giapponese ...

 

Cosa imparano a scuola i bambini berberi? Li piace andare a scuola? La scuola è obbligatoria? Hanno anche loro il sistema delle ore ingiustificate? Qual'è la cosa che piace di più ai bambini berberi?

Il programma della scuola elementare nel deserto, cioè nei villaggi, comprende la matematica, l'arabo, l'educazione della religione islamica, il francese, la geografia, la fisica, ecc. Non hanno educazione fisica, tecnica o musicale, niente di tutto quello che potrebbe sviluppare nei bambini alcune abilità aggiuntive ... I bambini sono uguali daperttutto: anche lì, ad alcuni piace andare a scuola, mentre ad altri no.... ma a tutti piace giocare a pallone, con le macchinine, disegnare ... La scuola è ovviamente obbligatoria fino ai 15 anni, ma le ore ingiugstificate non sono così importanti come da noi, perchè sono più importanti la sopravvivenza e la tradizione ... Molti sono assenti a causa di una festa in famiglia, come per esempio il matrimonio, che dura ben tre giorni, la nascita di un bimbo o la morte di un famigliare. Alcuni sono assenti perché lavorano e quindi aiutano la famiglia a sopravvivere. Ad esempio, vendendo fossili o altro ai turisti… Alcuni, inoltre, non finiscono il ciclo primario perché devono lavorare, le ragazze sono spesso obbligate a sposarsi verso ai 15 anni...

 

Puoi descrivere com’è una giornata nel tuo villaggio?

Di solito le persone si alzano verso le sette, fanno colazione e vanno a lavorare. Le donna o ragazzine vanno a prendere l'acqua al pozzo, gli uomini lavorano nell’orto che si trova nell’oasi, cioè nel palmeto. Poi, le donne impastano il pane, fanno le pulizie, lavano e preparano il pranzo, normalmente un tajin, il venerdì il couscous. Il pranzo è di solito intorno alle 13.30. Il pranzo è un momento molto socievole e mi piace tanto, perché durante questo momento si condivide il cibo tra tutte le persone presenti. Si mangia dallo stesso piatto, ma ognuno di fronte a voi ... Non si usano posate, ma si mangia con il pane. Beh, tranne couscous, che si mangia con il cucchiaio, ma ne passato si mangiava solo con la mano in modo tale che facevano delle palline... Questa usanza è stata più o meno abbandonata ... Il pranzo finisce sempre con la frutta ... e poi segue il riposo ... Verso le quattro o le cinque del pomeriggio si fa uno spuntino: sempre tè a volontà, a volte c’è anche caffelatte o latte zuccherato, con pane, olio d'oliva, sciroppo di datteri, marmellata ... Poi le donne preparano la cena - zuppa che è molto simile a quella nostra con orzo. La sera si va a dormire molto presto, intorno alle nove... Certo, la preghiera è obbligatoria cinque volte al giorno. Il richiamo alla preghiera del muezzin indica anche che ora è, altrimenti la gente segue il movimento del sole e l’ombra.

 

Nel villaggio hai conosciuto anche Salem, che è venuto con te in vacanza a Pirano. Salem conosce diverse lingue, per esempio, parla benissimo il francese, ma sta imparando anche sloveno. Dove ha imparato tutte queste lingue ? Cosa pensa della vita a Pirano, anzi in Slovenia ?

Sì, Salem è un poliglotta. Ovvio, parla il berbero, l’arabo-quello classico ed anche il dialettale, il francese ... ma parla fluentemente lo spagnolo, l’italiano, l’inglese e conosce qualche parola di tedesco e giapponese. Queste lingue che ha imparato lavorando con i turisti e oranizzando viaggi in Marocco. La lingua slovena gli sembra molto interessante, a volte diffficile, a volte no, ma certamente esotico e diverso dalle lingue che già conosce... Sta imparando da solo, con i libri e cd, però impara un sacco di parole a casa mia, con la famiglia o i miei amici. La Slovenia gli piace, ma ancora di più il suo mare... ed il fatto che non fa così caldo come in Marocco, nel deserto ...

Tu e Salem avete scritto un libro di favole berbere in più lingue. Come avete avuto questa idea?

L'idea di scrivere un libro di favole berbere parte dalla constatazione del fatto che i Berberi stanno perdendo e dimenticando il loro patrimonio che è, innanzitutto, orale. Le nuove generazioni quasi non lo conoscono, mentre quelle più anziane l’hanno purtroppo quasi dimenticato.

Inoltre, volevamo che adulti e bambini provenienti da diversi paesi conoscano le favole berbere, perciò il libro sarà multilingue. Abbiamo tradotto le favole in italiano, spagnolo, francese, inglese e sloveno.

 

Nel villaggio la gente racconta ancora le favole e le fiabe? E cosa succede con i canti popolari, la musica e la danza?

A volte le donne anziane raccontano queste storie della tradizione popolare, ma in realtà lo fanno sempre di meno ... I canti popolari, la musica e la danza sono ancora molto presenti. Questo si può notare benissimo durante i matrimoni e le feste familiari, come la nascita di un bimbo, la circoncisione dei maschietti e feste simili.

 

Cosa ti ha sorpreso di più nel villaggio, cioè cos’è la cosa più diversa dalla nostra cultura?

Sono rimasta molto sorpresa dalla celebrazione dei matrimoni, questo è davvero qualcosa di particolare, è una delle cose più genuine della loro tradizione/cultura.

 

Hai trovato un punto comune tra la nostra e la loro cultura?

Per quanto riguarda la cultura no,  però la gente è uguale daperttutto. Tutti abbiamo bisogno di sentirci amati e protetti, di calore umano, di cibo, tutti abbiamo delle emozioni ...

 

Salem ha detto che li piacerebbe scrivere un libro sulla vita nel suo villaggio. Un noto proverbio africano dice che quando un vecchio muore è come se bruciasse una biblioteca scompare. Ci sono nel villaggio molte persone anziane che saranno in grado di aiutarlo nella trasmissione delle conoscenze tradizionali e dei ricordi del passato?

Sì, li piacerebbe tantissimo scrivere un libro su come le persone vivevano. Entrambi pensiamo che il libro sarebbe molto importante dal punto di vista antropologico, perchè scopriremmo molte cose sulla vita dei berberi, cose che sono estranee per noi, ma probabilmente lo sarebbero anche per le generazioni berbere più giovani. Ma se vogliamo farlo, bisogna che ci sbrighiamo...

 

 

 

 

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nell’ambito di un progetto umanitario abbiamo aperto un negozio basato sul commercio equo e solidale, dove le persone, soprattutto le donne e le associazioni, portano i loro prodotti e noi ci incarichiamo di venderli ai turisti. Affittiamo anche bici elettriche ... vorrei far funzionare meglio il negozio e attirare più visitatori e clienti. Vorrei continuare anche ad insegnare il francese, ma in città, così potrei imparare meglio l'arabo e farmi una nuova esperienza...

 

Polona, ​​grazie per il tempo che tu e Salem avete dedicato ai bambini di Isola e per questa conversazione. Vorresti concluderla con un pensiero particolare, hai un messaggio per i nostri lettori?

Grazie a voi per questa opportunità. Il mio messaggio ai lettori è il seguente: per la felicità non abbiamo bisogno di ricchezza. Dovremmo apprezzare di più alcune delle cose fondamentali che abbiamo, per esempio, l'acqua, l'elettricità, i nostri frigoriferi pieni, l’accesso all'istruzione, la libertà, il fatto di non essere sottomessi dalla religione e della tradizione, di avere un passaporto e la libertà di muoverci e viaggiare liberamente... Queste cose non sono date a tutti ...

 

(Špela Pahor)

 

Martedì 17 giugno 2014

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